Arsenico e pesticidi nell’acqua: è emergenza idrica in Italia

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Messaggio Da Alaudae il Mar 23 Apr - 9:39:56

REGGIO EMILIA - Arsenico, pesticidi, trielina e altri veleni infestano i bacini idrici italiani. I rapporti di Ispra e Legambiente lo confermano: in Italia è emergenza idrica. Tra Reggio Emilia e Piacenza esistono casette dell’”Acqua pubblica”, scrive Jenner Meletti su Repubblica, dove i cittadini si mettono in fila per portare a casa un po’ di acqua potabile. Quella che arriva nelle loro case è troppo inquinata. Situazione analoga è quella che si profila a Viterbo e in oltre 40 comuni del Lazio dove i livelli di arsenico sono fuori norma dal 2001.

I dati sull‘inquinamento delle acque descrivono una situazione di vera emergenza, scrive Repubblica:

“L’ultimo Rapporto nazionale sui pesticidi nelle acque dell’Ispra racconta infatti che, con 3.621 punti di campionamento, sono stati trovati residui di pesticidi nel 55,1% delle acque superficiali, e nel 34,4% le concentrazioni sono superiori ai limiti delle acque potabili. Quelle sotterranee risultano inquinate in misura del 28,2%, con un 12,3% di casi sopra i limiti. Fra Reggio Emilia e Piacenza le casette dell’“Acqua pubblica” sono 52 e l’Iren Emilia (la società che gestisce acquedotti e gas) si vanta di avere già fatto risparmiare alle famiglie 480.000 euro all’anno”.

Il risparmio però non compensa i rischi per la salute e per l’ambiente. Proprio nella pianura padano-veneta, spiega il rapporto Ispra, si concentrano il maggior numero di veleni, spiega Meletti:

“La natura ha una memoria da elefante, ricorda tutti i torti subiti. L’atrazina è stata bandita dai campi più di vent’anni fa ed è ancora fra i maggiori inquinanti. La simazina continua ad avvelenare le acque anche se fuori commercio. La terbutilazina e il suo metabolita terbutilazina-esetil sono ancora in commercio e sono state trovati nel 46% dei campioni di acqua superficiale e nel 15% di quelle sotterranee. Ormai in tutta Italia per trovare acqua buona bisogna scavare pozzi sempre più profondi e poi bisogna disinquinare quelle che erano le chiare, fresche e dolci acque con filtri a carbone e altri marchingegni. Non sempre però la tecnica riesce a vincere”.

Due sono le storie che Meletti sceglie di raccontare. La prima è quella del comitato “Trielina no grazie“, fondato nei comuni di Cecina e Montescudaio, dove le falde acquifere sono state avvelenate. Nei due comuni si trovavano la lavanderia industriale Rapida, chiusa nel 1983, e la conceria Massini, nel 1996. Ma anche se ci furono dei processi, le due aziende non furono mai condannate e ora i circa 6 milioni di euro della bonifica dovranno pagarli i proprietari dei terreni, spiega Yuri Trusendi:

“È stato trovato un enorme inquinamento da Tce, trielina e Pce, percloroetilene che ha avvelenato le nostre falde e le nostre terre, e noi danneggiati rischiamo di dovere pagare i danni: cinque o sei milioni di euro per 22 famiglie, soprattutto di contadini. Nel 2004 l’Asa, azienda servizi ambientali, per la prima volta cerca la trielina nel pozzo Ladronaia e ne trova una quantità assurda: 40.000 microgrammi per litro, quando il limite sarebbe di 10. Scatta l’ordinanza che vieta l’uso di questo e di altri pozzi sia per l’acquedotto che per l’irrigazione. Nell’ex conceria vengono trovati 80 fusti di materiale mal stoccato con alta concentrazione di Tce e Pce e per l’azienda parte la denuncia di avvelenamento delle acque ad uso idropotabile. Ma le indagini, almeno all’inizio, non sono approfondite e l’area non viene messa sotto sequestro. Così in primo grado l’ex conceria viene assolta e noi che subiamo l’inquinamento siamo nei guai. Se non si trova il colpevole, recita l’articolo 253 del D. lgs 152/06, sono i proprietari dei terreni inquinati a dover sostenere i costi della bonifica”

Il problema in Toscana è precedente. Da anni, spiega il sindaco di Montescudaio Aurelio Pellegrini, le acque sono inquinate con boro e cromo, ma non si riesce a capire da dove sia partito l’inquinamento:

“In alta e bassa Val di Cecina sono tanti infatti i pozzi avvelenati da cromo e da boro, e ancora non sappiamo dove sia nato l’inquinamento. Per fortuna, sotto tutta la valle, a circa 200 metri c’è una falda di acqua buona che basterebbe per tutti i 150.000 abitanti della zona ma questo patrimonio ci viene sottratto, in misura del 60-70%, dalla Solvay di Rosignano, il gruppo belga che produce soda, bicarbonato, materie plastiche. Così i nostri acquedotti debbono prendere acqua in pozzi inquinati e spendere soldi per togliere cromo e boro. L’anno scorso ho sequestrato il pozzo della Steccaia, usato dalla Solvay, per dare acqua al nostro paese. Da anni proponiamo all’azienda di prendere acqua in mare, costruendo un dissalatore. Loro rispondono che i costi sarebbero troppo alti e dovrebbero lasciare a casa i loro mille lavoratori”.

Dall’Emilia Romagna alla Toscana, il problema dei veleni nella acque arriva nel Lazio, dove dal 1 gennaio 2013 in 40 Comuni in provincia di Viterbo non è più possibile bere e utilizzare per usi alimentari l’acqua che sgorga dai rubinetti, scrive Repubblica:

“«L’ultima proroga — dice Roberto Scacchi, responsabile acqua di Legambiente Lazio — è scaduta alla fine dello scorso anno. La Regione pensava assurdamente a un altro rinvio che l’Europa ha giustamente negato, perché già nel 2001 aveva stabilito, come raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità, che la presenza di arsenico non potesse essere superiore ai 10 microgrammi per litro. E così abbiamo centinaia di migliaia di persone che non possono aprire il rubinetto nemmeno per lavarsi i denti o pulire gli indumenti».

Nel comune di Farnese, che conta 600 abitanti appena, il livelli di arsenico sono di 22 microgrammi, livelli troppo alti:

“«Da una ricerca dell’Iss — dice Valeria Cattaneo, che guida il circolo La Spinosa di Legambiente — condotta nelle aree a rischio del viterbese sulle unghie di 269 soggetti sani, sono stati trovati 200 nanogrammi di arsenico per grammo, contro gli 82 trovati nella popolazione non a rischio. Qui a Farnese l’allarme è grande, soprattutto nelle famiglie che hanno bimbi piccoli, i più esposti. Forni e ristoranti si sono comprati un depuratore, spendendo più di 1.000 euro a testa»”.

Il Comune di Viterbo, scrive Meletti, sta preparando così un depuratore per l’arsenico nell’acqua:

“Doveva essere pronto il 17 ottobre 2012, con un costo di 7.148.211 euro, ma i lavori sono ancora in corso. C’è una sola fontana attiva, chiamata “Fontana leggera”, con impianto anti arsenico. Acqua naturale gratis, acqua gasata 5 centesimi a bottiglia di 1,5 litri. C’è la fila, con signore che portano la tanica per poter poi cuocere la pasta. Chiusa la grande fontana in piazza Umberto I. Una lapide ricorda che nel 1887 «condotte le copiose acque della sorgente la Botte / furono paghi i secolari voti del popolo». C’è da sperare che, anche per l’acqua senza troppo arsenico, l’attesa non sia secolare”.






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